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Giornata Mondiale contro la violenza sulle Donne

La data del 25 novembre prende origine dal primo «Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche» del 1981, per poi essere adottato definitivamente nel 1999 dall’ONU in ricordo delle tre sorelle Mirabal, deportate, violentate e uccise il 25 novembre 1960 nella Repubblica Dominicana.

Le scarpe rosse sono diventate uno dei simboli globali più usati e più noti per denunciare la violenza sulle donne e per sensibilizzare l’opinione pubblica. Il simbolo è stato creato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. L’installazione, apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, voleva rendere omaggio alle centinaia di donne rapite, stuprate e uccise dalle organizzazioni di narcotrafficanti a Ciudad Juarez.

In Italia in media ogni 72 ore una donna viene uccisa: da inizio 2021 le vittime accertate sono infatti state pari a 109. La grande maggioranza dei femminicidi, 93, è avvenuta in ambito familiare, in 63 casi l’omicida è stato il partner o ex partner. Risulta invece molto difficile fornire dati precisi sulle violenze fisiche, psicologiche e sessuali subite dalle donne, poiché una quota importante di questi abusi non viene denunciata e rimane quindi sommersa, invisibile alle statistiche.

Secondo un’indagine Istat “Il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila). Ha subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner il 13,6% delle donne (2 milioni 800 mila), in particolare il 5,2% (855 mila) da partner attuale e il 18,9% (2 milioni 44 mila) dall’ex partner”. Si tratta di stime comparabili a quanto avviene a livello globale, poiché si ritiene che nel mondo una donna su tre subisca almeno una forma di violenza di genere nel corso della propria vita.

Eppure, la violenza di genere non è certo riducibile ai femminicidi e alle varie forme di violenza, ma si alimenta di tutta una serie di idee e di pratiche sociali che hanno le proprie radici in vari ambiti sociali e culturali. Come scrive il Movimento Non Una di Meno nel Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere: “La violenza maschile contro le donne è sistemica: attraversa tutti gli ambiti delle nostre vite, si articola, autoalimenta e riverbera senza sosta dalla sfera familiare e delle relazioni, a quella economica, da quella politica e istituzionale, a quella sociale e culturale, nelle s

ue diverse forme e sfaccettature – come violenza fisica, sessuale e psicologica.”
Molte associazioni che contrastano la violenza di genere denunciano l’insufficiente attenzione verso questo tema e il sotto-finanziamento cronico dei Centri Anti Violenza. Eppure, il lavoro quotidiano di queste associazioni è fondamentale per la sicurezza, l’accoglienza e il sostegno di migliaia di donne. Secondo i dati diffusi da DiRE (Donne in rete contro la violenza) nel 2020 la rete di Centri Antiviolenza ha accolto complessivamente 20.015 donne, di cui oltre la metà (13.390) per la prima volta. Le caratteristiche delle donne accolte sono consolidate negli anni: nella stragrande maggioranza dei casi sono donne italiane (solo il 26% straniere), oltre la metà (54,7%) ha un’età compresa tra i 30 e i 49 anni, una donna su tre è a reddito zero (32,9%) e meno del 40% può contare su un reddito sicuro.