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Il potenziale educativo di rap e letteratura

 

Qual è il potenziale educativo di rap e letteratura, soprattutto per i più giovani? . Ne abbiamo parlato con Paolo Fazzini!

Il rap e la trap sono i generi musicali di maggior successo fra i giovani. Pensi che possano influire su di loro, favorendo atteggiamenti provocatori o violenti o credi che sia una forma di espressione da tutelare?

Penso che ogni artista debba esprimersi come meglio crede, assumendosi le responsabilità dei propri gesti.

Detto questo, è indubbio che una componente del rap e della trap consista nell’esprimere concetti in maniera più esplicita rispetto ad altri generi musicali. Non necessariamente con volgarità o violenza verbale. Indubbiamente in maniera più diretta.

Questo fattore ha spesso sollevato polemiche e indignazione fin dalla nascita dell’hip hop. Quindi non è cosa nuova quello che succede, a volte, negli ultimi tempi.

Ciò che accade ora ha una forte eco in quanto vengono spesso coinvolti giovani di fasce anagrafiche più vulnerabili. Parlo di adolescenti e preadolescenti, i target preferiti di questo genere musicale.

Ciò non significa, ovviamente, che un brano possa influenzare sensibilmente i gesti di un ragazzo.

Se così fosse la musica sarebbe stata capace, in tempi passati, di fermare guerre o sovvertire regimi. Sarebbe come affermare che un adolescente appassionato di cinema horror diventi automaticamente un serial killer.

Invece penso che i ragazzi debbano avere attorno una rete di educatori che sappiano far loro leggere la realtà e le espressioni artistiche, rendendoli capaci di intrepretarle in maniera analitica e critica. Mi riferisco a istituzioni come la scuola e la famiglia, prima di tutto.

Dall’altra parte, mi piacerebbe vedere degli artisti che, prendendo in mano un microfono, pensino a cosa stanno facendo. Devono essere coscienti che ogni volta che si comunica qualcosa, si sta imbracciando una pacifica arma che va a colpire qualcuno.

Se hai il privilegio di attrarre l’attenzione su di te probabilmente sarebbe il caso di pensare anche all’effetto che farai sul tuo pubblico. Vuoi provocare? Vuoi scandalizzare? Mi sta benissimo. Ma mi devi dimostrare che la tua provocazione serva per mettere in luce qualcos’altro, di più complesso. Altrimenti stai assomigliando al comico che, ormai privo di argomenti, ricorre alla parolaccia per suscitare almeno una risata nel pubblico. Ci troviamo di fronte ad artisti che attaccano a colpi di sterili provocazioni? Benissimo! Io che sono il tuo spettatore, allora, non sono indifeso, ma ho un’altra arma per difendermi, ed è quella di non ascoltarti e andarmi a cercare qualcosa di più creativo.

Infine non dimentichiamo che le mosse di alcuni artisti sono dettate da regole di mercato e modellano la propria offerta solo sulla base di proiezione di guadagni, senza esprimere necessariamente una spinta creativa.

E’ appena uscito “Family Biz” come è nata l’ispirazione per la scrittura del romanzo ?

Generi musicali come il rap e ora la trap hanno visto un’ esponenziale diffusione negli ultimi anni, sia all’estero che in Italia.

Seguo il genere dal 1987 circa, prima come ascoltatore e poi come frequentatore attivo della scena italiana.

Ho visto svilupparsi il fenomeno da cultura di nicchia, poi crescendo conquistare spazi più ampi fino a diventare un genere da classifica con le più recenti declinazioni in stili paralleli come la trap, appannaggio di generazioni più giovani. Paradossalmente in Italia non abbiamo mai assistito ad una larga diffusione di queste tematiche in altri ambiti artistici e creativi.

A differenza degli altri paesi, questa cultura da noi non si è mai diffusa nel cinema, nella tv o nella letteratura. I pochi casi che abbiamo avuto sono generalmente sommari e didascalici.

Da tempo cercavo il modo di raccontare una storia che ruotasse attorno a questi generi musicali, senza però cadere in stereotipi più volte usati. Mi piaceva pensare a una storia godibile sia per un adolescente sia per un over 40,  così è nato Family Biz, con Snapper e il suo mondo.

Secondo la tua esperienza pensi che il rap possa essere usato come strumento educativo per i giovani ?

Quando si entra nel mondo dell’hip hop, anche inconsapevolmente, si entra in contatto con un potente valore educativo: chi prova a fare una gara di freestyle, chi prova per la prima volta a disegnare su un muro, trasforma il proprio disagio, la propria rabbia, in un esercizio d’arte, e trova in tale arte l’obiettivo per continuare a migliorarsi.

L’hip-hop è nato dai ragazzi del Bronx, annoiati e annichiliti dal contesto che abitavano e subito ha attivato un meccanismo di sperimentazione e rigenerazione.

Questi ragazzi vivevano tra le macerie ma non sognavano di costruire nuovi palazzi, anzi, si sono concentrati nel raccontare ciò che stava accadendo, inventando un genere musicale, uno stile, e si sono ritrovati in cima alle classifiche mondiali. Nessuno aveva detto loro di farlo, nessuno pensava alle conseguenze. Lo hanno fatto per necessità, spontaneamente.

Fu Afrika Bambaataa, ex appartenente ad una delle gang più temute di New York, ad intuire per primo il valore educativo dell’hip hop già alla fine degli anni ‘70. Consapevole del fatto che fu la sua attività di dj e produttore musicale a portarlo ad abbandonare la vita da gangster, decise di impegnarsi attivamente affinché attraverso l’hip hop le persone potessero seguire il proprio percorso di cambiamento.

Non sto dicendo che la natura dell’hip hop sia esclusivamente educativa, ma che fin dalle sue radici questo fattore di “edu-tainment”, ovvero la fusione tra educazione e intrattenimento, scorreva già in alcuni ambiti. A volte anche i brani di alcuni gangsta rapper sono dei racconti morali che mettono in guardia sui pericoli del vivere in strada. Oggi più di prima, quindi, si può portare avanti e strutturare l’applicazione di questi valori in ambiti educativi.

Come è nata la collaborazione con Claver Gold e Menti Criminali

Mentre scrivevo Family biz, mi sono sempre detto che Claver Gold sarebbe stato l’unico che avrebbe potuto scrivere una prefazione adatta a quella storia.

Veniamo dalla stessa città, anzi dallo stesso quartiere, e ci accomuna la passione per questa cultura. Inoltre ha un modo di scrivere i suoi testi che è molto letterario. Anagraficamente ci dividono più di dieci anni, ma sono sempre stato una persona che non ha mai badato molto all’età. Ho conosciuto sessantenni che sono molto più giovanili di me e ragazzi che hanno un’inaspettata maturità. Dalle chiacchierate con Claver sulla storia del libro è nata la prefazione che ha scritto e in modo altrettanto naturale è nata l’idea di realizzare Bolle di sapone, un brano insieme con il gruppo di cui faccio parte dal 1991, Menti criminali. Anzi, alcune righe della prefazione si sono trasformate nel ritornello, e la storia di Snapper ha ispirato in qualche modo il testo del brano, quasi come fosse un’ideale colonna sonora del libro.

E così il ciclo si è chiuso. Per quanto riguarda le Menti, dopo i singolo realizzato con Claver, ne seguiranno altri fino all’uscita del nuovo album dal titolo “Assembra-menti”, dopo l’estate.

 

Paolo Fazzini è autore televisivo ed ha scritto programmi per le principali emittenti italiane (Rai, La7, Mediaset, A&I). Come regista ha diretto numerosi documentari tra i quali Hanging Shadow- Italian horror cinema (2006), Che il mio grido giunga a te (2014), All’Assalto – Le radici del rap italiano (2017), mentre il lungometraggio Mad in Italy segna il suo esordio alla regia. Ha pubblicato diversi saggi sul cinema tra i quali Gli artigiani dell’orrore, Visioni sonore – Viaggio tra i compositori italiani per il cinema e Amici miei – La trilogia. Dal 1990 fa parte del gruppo rap Menti Criminali.