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Forme innovative su supporto online: l’esperienza “AppToYoung”

Federica Gamberale, psicologa psicoterapeuta, lavora in Cat dal 2001, prima come operatore di strada, poi come coordinatrice di Progetto Extreme e Centro Java, dove svolge consulenze psicologiche con ragazzi che consumano sostanze stupefacenti. Dal 2007 lavora nel sito sostanze.info e dal 2013 coordina e supervisiona per il Comune di Firenze il progetto Youngle. Da Dicembre 2018 è la psicoterapeuta che gestisce i peer di Youngle all’interno del progetto AppToYoung.

Prima di tutto, Federica, da cosa nasce il tuo interesse verso la comunicazione digitale e lo sviluppo di forme innovative di supporto online rivolte ad adolescenti?

Ho avuto la fortuna di cominciare a lavorare online nel 2007 con il sito sostanze.info dove rispondevo come psicologa alle domande di consumatori di sostanze. In quel contesto ho capito quanto la comunicazione online potesse essere efficace. Dopo circa un anno dalle domande siamo passati a rispondere in chat e le persone prenotavano una prima chat e poi continuavano a scrivere. Mi ha colpito in quel momento scoprire quanto le persone si aprissero più facilmente online e quanto la parola scritta fosse efficace nel suo rimanere lì e poter essere riletta, non solo per me come psicologa ma anche per chi scriveva e poteva rileggere anche nei giorni successivi quello che ci eravamo scritti. Dal 2007 ho una ragazza che continua a scrivermi e ancora oggi ogni tanto si rivolge a me in chat quando si trova in difficoltà. Questo è il web: annulla tempo e distanze.

Puoi descriverci brevemente come funziona, da chi è formato e a chi è rivolto il servizio “App to Young”?

AppToYoung è una app che si può scaricare su Android (ancora non su Apple) che prevede una registrazione anonima. È attiva dal lunedì al venerdì dalle 15 alle 20 e dalla domenica al giovedì anche dalle 21 alle 23.  I ragazzi che scrivono parlano con i peer del progetto Youngle. Ragazzi poco più grandi di loro, formati da anni sulla relazione online, che supervisionati, due volte al mese, da una psicologa (io coadiuvata da una collega educatrice) rispondono alle loro domande. L’idea dei pari è che se dall’altra parte a rispondere c’è un tuo coetaneo con una formazione particolare e specializzata è più facile per un ragazzo parlare, confidarsi e fidarsi di quanto gli viene detto. Se a scrivere sono adulti di riferimento quali genitori, fratelli maggiori o insegnanti a rispondere sono io e non i peer

La app prevede anche la possibilità di effettuare una telefonata ad un numero verde dell’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma per i minori di 18 anni. A fronte di circa 1.390 chat che abbiamo fatto, le telefonate sono state circa 5 a dimostrare quanto i ragazzi abbiano bisogno di parlare dei loro problemi utilizzando strumenti per loro familiari e conosciuti.

In quanto psicologa, immagino che sia per te molto diverso parlare di una questione delicata faccia a faccia con la persona interessata oppure attraverso uno schermo. Come superi il problema sul web, come cerchi di creare empatia, contatto con un adolescente che cerca aiuto online per un problema personale?

In realtà credo che l’online faccia parte del mondo degli adolescenti, per cui paradossalmente nel momento in cui scrivono la sensazione è che si fidino già di più anche perché lo schermo funziona da filtro e abbatte tutte quelle resistenze date dal contatto fisico e dalla comunicazione non verbale. Ovviamente esistono delle tecniche da utilizzare online che aiutano l’altro a sentirsi in empatia: è fondamentale ad esempio rispondere con il nickname della persona che scrive perché questo fa sentire considerati. Altro aspetto molto importante è cercare di rispondere ricalcando uno stile di scrittura simile a quello di chi ci scrive: ad esempio c’è chi scrive il messaggio e invia, c’è chi scrive messaggi lunghissimi, c’è chi non mette punteggiatura e chi invece è molto preciso nei punti e nelle virgole, chi usa le emoticon… (ci sarebbe da fare un convegno su questa domanda!! )