RICERCA UN PROGETTO

“Storia culturale degli stupefacenti”: l’intervista a Paolo Nencini

“Quando si parla dell’espandersi dell’uso non terapeutico delle sostanze stupefacenti ci si riferisce sempre all’oggettività degli eventi descritti dagli storici. Ma che ne è stato dei protagonisti di tali eventi? Partendo dall’esame della letteratura, che rappresenta una peculiare forma di di storiografia, il libro si è posto l’obiettivo di ricostruire un punto di vista soggettivo da giustapporre alla neutralità degli avvenimenti narrati”

A distanza di pochi mesi dalla pubblicazione del suo ultimo libro abbiamo intervistato Paolo Nencini, che ha insegnato Farmacologia presso La Sapienza Università di Roma ed è attualmente direttore del Master in “Le tossicodipendenze in prospettiva multidisciplinare” di Unitelma Sapienza.

In un periodo storico come questo, segnato da un ritorno alla prospettiva medica e moralizzante sul fenomeno delle sostanze, hai deciso di scrivere un libro che attraverso l’analisi della letteratura sposta la narrazione sulla soggettività dei consumatori, sui contesti d’uso e sugli effetti delle sostanze. Perché è importante operare questo spostamento?

Con questo mio ultimo libro mi sono ripromesso di fornire al lettore ulteriori prove empiriche a sostegno della tesi che il consumo non terapeutico di sostanze psicotrope, così come oggi lo conosciamo, è un prodotto storico e non, come vuole la vulgata corrente, l’inevitabile risultato di un’atavica e biologicamente irresistibile ricerca del piacere.

In sintesi, dopo che le esplorazioni e le conquiste coloniali dell’Età Moderna avevano permesso all’Europa di scoprire le esperienze gustativamente e psicologicamente del tutto nuove delle droghe blandamente eccitanti -il caffè, il tè, il tabacco-, il XIX secolo ha fornito la tecnologia adatta per provvedere composti dotati di proprietà psicotrope sempre più differenziate: dall’oppio la morfina e una pletora di derivati e di suoi analoghi, dalle foglie di coca la cocaina, e poi un ventaglio sempre più ampio di sostanze di sintesi che sembrano occupare l’intero spettro delle potenziali esperienze psicofarmacologiche.

La chimica industriale, anche nella sua declinazione di laboratorio clandestino, ha reso disponibile tali sostanze ad un numero sempre più vasto di potenziali consumatori.

La domanda che mi sono posto è stata quindi come abbia reagito l’opinione pubblica nelle sue molteplici sfaccettature a questa autentica sfida della modernità. Quale migliore fonte documentaria per rispondere a questa domanda del romanzo, la cui lettura ci restituisce non solo il dominante ma sempre mutevole spirito del tempo, ma anche gli umori delle minoranze culturali e sociali?

La presenza delle sostanze psicotrope nel romanzo nei due secoli presi in considerazione non è il semplice frutto della creatività degli autori, ma risponde al mutarsi da un atteggiamento di curiosità ad uno di preoccupazione sociale e sanitaria, per farsi poi percezione di una minaccia da affrontarsi con provvedimenti legislativi. Nel frattempo sempre persiste e si rafforza una letteratura dai connotati dichiaratamente antagonisti a questo processo di espulsione dalla società.

Il tuo libro suggerisce che l’uso delle droghe può essere una lente di ingrandimento per indagare la storia delle classi sociali, la storia sociale, ma anche la storia della medicina e dell’industria farmaceutica, dei movimenti giovanili e della storia giuridica.

Se si sottrae, come ho detto prima, l’uso non terapeutico delle sostanze psicotrope all’indeterminatezza della necessità biologica, è logico che tale uso, nel suo determinarsi come evento storico, ci parli delle società nelle quali prende piede. Coloro che ne fanno uso sono uomini e donne figli del loro tempo, come lo sono coloro che a tale uso si oppongono, fino a che esso diviene emblema di una contrapposizione, che è culturale, sociale e financo razziale.

Nel mio libro, prendo ad esempio certa letteratura afroamericana che nella droga individua un importante elemento di disgregazione delle proprie comunità. Per non parlare della beat generation che tanto aveva investito nell’uso di sostanze come elemento identificativo del proprio distinguersi dalla borghesia di provenienza attraverso il rifiuto della società dei consumi, per dovere alla fine costatare amaramente la mercificazione dilagante di quell’uso.

Una mercificazione che nel suo bellissimo The Age of Addiction: How Bad Habits Became Big Business, lo storico americano David Courtwright propone come il frutto di ciò che chiama limbic capitalism, intendendo con questa locuzione un sistema commerciale tecnologicamente avanzato ma socialmente regressivo nel quale industrie globali, sovente con l’aiuto di governi complici e di organizzazioni criminali, incoraggiano il consumo eccessivo e la dipendenza (per inciso, con limbic Courtwright intende evidentemente il sistema limbico cerebrale, sede dei processi sottesi alla gratificazione).

È evidente che l’uso della droga ci parla anche della storia dell’industria che negli ultimi centocinquant’anni ha prodotto una teoria interminabile di nuove molecole farmacologicamente attive, un certo numero delle quali sono andate ad alimentare le dipendenze e non sempre come doloroso ma forse inevitabile effetto collaterale di appropriati impieghi terapeutici.

Si pensi all’ossicodone, oppiaceo noto fin dall’inizio del secolo scorso ma presto abbandonato perché privo di vantaggi terapeutici rispetto alla morfina, che è divenuto responsabile non certo secondario della grave crisi di overdose in Nord America per l’inopinata e non contrastata decisione di una industria farmaceutica di re-immetterlo in commercio. Tragico esempio di limbic capitalism, non importa se consapevole o meno.

Fin dall’Ottocento l’uso della droga è stato oggetto dell’interesse dei medici per gli evidenti problemi causati dall’uso dell’oppio e della morfina, prima, e della cocaina, poi. Un interesse che ha portato alla formulazione di un modello psico-organico della conseguenza estrema di tale uso -la tossicodipendenza-, ponendolo a lungo in competizione con altri modelli.

Uno dei maggiori studiosi novecenteschi dell’uso di droghe, lo psichiatra inglese Humphry Osmond, affermò la superiorità di quello medico rispetto ai modelli socio-psicologico e morale poiché “Solo la medicina fornisce una spiegazione per un ‘cattivo’ evento che non richiede il lavoro di investigazione per scoprire ‘chi l’ha fatto’. Sotto questo aspetto la medicina è socialmente meno distruttiva dei modelli che hanno bisogno che un malfattore sia catturato.” Una contrapposizione così netta, formulata oltre mezzo secolo fa, è certamente superata e, messo da parte il modello morale, quello socio-psicologico fa sentire tutta la sua importanza definendo il contesto di consumo, il cosiddetto setting di cui oggi tanto si parla.

Resta il fatto fondamentale che il modello medico ha fornito strumenti diagnostici sempre più accurati per delimitare i confini dell’uso patologico delle droghe, la cosiddetta dipendenza. Non solo, ha fornito anche gli obiettivi per ricerche di neuroscienze che stanno fornendo straordinari risultati riguardo la psicobiologia della motivazione. Risultati che sono percolati nel senso comune rendendo familiari termini come neurotrasmettitore, dopamina, endorfine, ecc. Sfortunatamente la medicina non ha saputo fornire il farmaco magico capace di risolvere una volta per tutte la dipendenza.

In un saggio dedicato all’evoluzione delle norme che regolano la comunità internazionale il politologo americano Nathan Nadelmann ha incluso il traffico degli stupefacenti nel novero delle attività che sono sanzionate a livello globale: la pirateria, la tratta delle bianche, la schiavitù, ecc. Nadelmann nota come una spinta decisiva nel sanzionare il traffico degli stupefacenti sia venuta da movimenti di opinione e organizzazioni umanitarie, che definisce “impresari nazionali e internazionali della moralità”.

La forza di questi movimenti d’opinione fu tale da sormontare gli interessi geopolitici ed economici delle potenze coloniali, conducendo alla promulgazione di una serie di trattati (L’Aia 1912, Ginevra 1925 e 1931, New York 1961, Vienna 1972) che, a loro volta, hanno guidato la formulazione delle legislazioni nazionali. Il principio alla base di tutti questi costrutti normativi è che fosse possibile contrastare l’offerta di stupefacenti al punto da estinguerne la domanda, la loro assunzione divenendo troppo onerosa, sia economicamente che legalmente.

Oltre un secolo di storia ha ampiamente dimostrato l’impossibilità di conseguire questo obiettivo, con la conseguente sempre più pressante richiesta di una revisione profonda del sistema di controllo attualmente in vigore. Particolarmente urgente è divenuta la richiesta di diversificare il regime sanzionatorio in funzione della effettiva pericolosità delle sostanze e, di nuovo, la spinta dell’opinione pubblica sta svolgendo un ruolo determinante, come dimostra il ripetuto successo della proposta di legalizzazione dell’uso della cannabis attraverso referendum popolari.

In Italia gli esordi dell’uso e abuso di sostanze psicotrope è differente rispetto a quello di altri paesi europei come Francia e Inghilterra. Quando il consumo di sostanze viene sdoganato in Italia e a quali cambiamenti sociali è legato?

È indubbio che l’Italia sia rimasta a lungo al riparo da quell’uso non terapeutico degli stupefacenti che si era solidamente radicato oltralpe, un fatto ancor più sorprendente se si considera che ogni innovazione farmacologica veniva immediatamente recepita dalla medicina italiana: così fu per la morfina subito chiamata ad affiancare l’oppio nel trattamento di una infinità di patologie, ma lo stesso accadde con la cocaina, con l’eroina e così via.

Cos’è dunque che impedì che quei farmaci, così ampiamente utilizzati terapeuticamente in un regime di scarso controllo legale, provocassero la diffusione dell’abuso e della dipendenza?

Difficile dirlo e probabilmente vi furono più cause nell’ambito di una diffusa difficoltà di fondo a recepire la modernità soprattutto nei suoi aspetti più estremi, come ho argomentato in un mio precedente libro. Resta il fatto che ancora a metà degli anni cinquanta del secolo scorso, Oreste Del Buono poteva affermare, a ragione, che l’italiano medio la droga non la capiva.

Che cos’è allora che all’inizio degli anni settanta ha improvvisamente provocato il dilagare di una vera e propria epidemia di consumo di eroina? Il boom economico con una maggiore disponibilità di denaro da parte dei giovani? Oppure, l’ondata libertaria e contestatrice che, originata nei campus universitari americani, si era propagata come un incendio in Europa, coinvolgendo forse inaspettatamente anche l’Italia?

Forse l’improvviso aumento dell’offerta di eroina in Italia e non solo, per una ridistribuzione del mercato globale causato dalla guerra alla droga di Nixon che aveva provocato una drastica riduzione del traffico transatlantico dello stupefacente verso l’America? O forse tutte queste cause messe assieme?

Non lo sappiamo ancora, perché, fatto davvero curioso, è solo da pochissimo che la storia delle droghe in Italia ha suscitato l’interesse degli studiosi, come se sino ad ora fosse stato di nessuno conto conoscere le origini di un fenomeno di una tale importanza sociale. Per fortuna le cose stanno cambiando e così ad ottobre il congresso nazionale della SIDT dedicherà una sessione all’arrivo dell’eroina in Italia.

Nella nostra esperienza di operatori della riduzione del danno molti clienti ci raccontano di un uso delle sostanze come automedicamento, in cui è sì presente una ricerca del piacere, ma non è l’effetto maggiormente ricercato. Nel tuo libro il tema dell’automedicazione e del riconoscimento delle competenze delle persone che usano sostanze emerge, puoi farci alcuni esempi di questo tipo di uso presenti nel libro?

Innanzi tutto è necessario definire con precisione di cosa stiamo parlando. L’interpretazione della dipendenza come “auto-medicazione” prevede che il desiderio di evitare o di alleviare stati avversivi preesistenti o connessi con l’astinenza sia la motivazione chiave che conduce all’uso eccessivo di una droga o alla sua recidiva.

In questa prospettiva, è evidente che l’assunzione di un oppiaceo da parte di un soggetto dipendente da eroina in imminente crisi d’astinenza è una forma di auto-medicazione, così come la somministrazione di metadone allo stesso soggetto da parte di un sanitario costituisce una medicazione.

L’altra forma di auto-medicazione, quella di stati avversivi preesistenti ha avuto conferma nel caso dell’uso eccessivo di alcol da parte di soggetti che soffrono di ansia sociale, mentre il disturbo da stress post-traumatico sembra predisporre all’abuso di un ampio ventaglio di sostanze.

In base a queste definizioni, è evidente che autori come Hans Fallada e William Burroughs hanno descritto con straordinaria accuratezza e competenza la gestione della loro dipendenza da oppiacei in regime di automedicazione.

Rileggerli ci dice molto anche della fallacia della riduzione della dipendenza da stupefacenti ad una unidimensionalità compulsiva, nella misura in cui ci mostrano la loro straordinaria flessibilità nelle strategie di reperimento della sostanza in condizioni di scarsità di risorse; il che ci fa riflettere anche su quanto sarebbe importante riuscire a reindirizzare tanta flessibilità comportamentale verso obiettivi esistenzialmente più salubri.

Nel mio libro è possibile imbattersi anche in autori dove l’assunzione di stupefacenti si associava alla evidente presenza di una patologia psichiatrica. Fu il caso dello scrittore e psichiatra ungherese Géza Csáth, morfinomane e schizofrenico, e del più noto Antonin Artaud, attratto dalla mescalina dopo essere stato dedito alla morfina ed anche lui schizofrenico. Se è evidente che questi autori erano portatori di una doppia diagnosi, la possibilità che il loro uso di stupefacenti costituisse una forma di automedicazione non può che essere oggetto di speculazione.

Vorrei infine soffermarmi sull’osservazione che il piacere non è sovente il maggior effetto ricercato dai vostri clienti nell’assunzione degli stupefacenti. In effetti, a mio parere, la centralità della nozione di piacere nell’analisi del comportamento di assunzione di sostanze psicotrope da parte dell’uomo dovrebbe essere sottoposta a revisione e nelle conclusioni del mio libro dedico alcune pagine all’argomento.

Qui vorrei solo richiamare l’attenzione sul fatto che le esperienze psicotrope vissute da alcuni degli autori che ho trattato andavano ben oltre il mero piacere sensoriale. Si pensi a Coleridge e De Quincey che trovarono negli effetti dell’oppio un nutrimento prezioso per la loro vena onirica e fantastica, propria del romanticismo, ma anche a Henry Michaux che considerava, e utilizzava, gli allucinogeni come strumenti di conoscenza: «Le droghe ci annoiano col loro paradiso. Ci diano, piuttosto, un po’ di conoscenza. Noi non siamo un secolo da paradisi», pone in epigrafe ad una delle sue opere.

STORIA CULTURALE DEGLI STUPEFACENTI

Intervista a Paolo Nencini